Acquista Rekles 9 - La fine
Mi concedo di essere polemico. E di non fingere 1 di arrivare a questo editoriale impreparato e 2 che la fine di Rekles Magazine sia per me una cosa inaspettata: io (mentre scrivo) l’ho già metabolizzata - la fine di rekles è stata molto tempo fa.
È dall’anno scorso che penso al come, a quale sarebbe stato il finale migliore. Inizialmente volevo farlo al numero sette perché sette è la misura massima di ogni cosa: i peccati capitali, le meraviglie del mondo, i giorni della settimana, i re di Roma, i nani di Biancaneve (e l’elenco potrebbe continuare). Ho poi virato sul nove per diversi motivi e se il magazine è andato avanti un po’ è stata inerzia e un po’ paura. Della fine. Del vuoto. Della morte. Chiamatela come volete.
Ho lavorato a rekles con una passione e una dedizione che non sapevo (e non pensavo) di possedere. Mi sono mosso, ho presentato/esposto in città lontanissime da dove stavo. Dormito in letti sconosciuti, sulle spalle di vicini infastiditi in bus notturni. Ho pensato che tutto questo sarebbe servito a qualcosa. O a qualcuno. Ho creduto e ci ho sperato. Ho sempre trattato il lettore col massimo rispetto, presupponendo un lettore ideale, in grado di comprendere ogni cambio di direzione e ogni scelta editoriale. Mi sono illuso e ricreduto.
Se Rekles Magazine finisce è perché non esiste un mondo fatto per Rekles Magazine. Sicuramente non è questo. Non è questo il sistema culturale in grado di valorizzare le giovani iniziative o le iniziative culturali di sorta. Non è questo, poi, il tempo della ricerca e della lentezza. È giusto finirla qui perché solo al peggio non c’è mai fine, e noi - del peggio - non vogliamo farne parte.
Chiudiamo al nove perché nove è il simbolo della fine, della completezza e della saggezza anche. Perché “Gli inizi” era lo zero e dunque tutto è un ciclo. E ogni grande finale deve riprendere il principio. Chiudiamo a nove perché nove più zero fanno dieci volumi e dieci, si sa, è il numero della leggenda. Di Dios e di Totti.
Rekles è morto, lunga vita a Rekles.
[Rekles Magazine * 2023 † 2026]
Rekles Magazine è stata una rivista pieghevole, indipendente, autoprodotta e autofinanziata - senza scopo di lucro, curata da me (Leonardo) e da Simone.
A marzo 2024 facciamo uscire il primo numero dopo quello di prova (lo zero) dell’agosto precedente. Col due prende il via la stagionalità e col tre Simone ci fa invitare a un festival. Ingraniamo. Parliamo di fomo all’università e organizziamo incontri.
Il gioco esce a gennaio 2025. È il primo numero dell’anno e il primo giro intorno al sole. Ma lo spirito di allegria e scoperta iniziale si spegne.
In primavera esce il quinto volume: La lotta. Le cose girano bene: facciamo fiere e presentazioni a Napoli, Roma, Torino e Venezia. Ma iniziamo anche a pensare a quando chiudere la rivista e che tutto questo finirà.
Con Il sesso mi innamoro. È il secondo numero estivo, ma ci accompagnerà fino a settembre.
Con Le droghe rallentiamo, le cose diventano più complicate e accorpiamo due stagioni (autunno e inverno) in un unico volume. Simone mi dice che non riesce più a gestire la newsletter, io pianifico la fine e traccio le somme del nostro viaggio. Nell’editoriale dell’ottavo numero racconto com’è la vita di un giovane operatore culturale. E di un ragazzo che ha sempre sognato di vivere d’arte.
Col numero nove il sogno (e tutto il resto) finisce.
Ringrazio tutte le persone (e lə libraiə) che ci sono state e tutte le riviste che lascerò (orfane o vedove decide voi).
Ringrazio, in particolare, Giulio di STC (e tutta la sua magnifica redazione: Anna, Tommaso, Benedetta, Fabrizio, Alessandro e Ludovico), col suo sorriso e quella sua inguaribile fiducia nel mondo mi ha fatto credere che tutto questo niente - alla fine - servisse davvero a qualcosa.
Ringrazio, con tutto il cuore, il mio compagno di viaggio Simone, che con me ha condiviso questa follia. I giorni belli e quelli brutti.
Ringrazio Ludo che si è defilato col passare del tempo, ma che è stato - sempre - il mio interlocutore più fidato e la pulce nell’orecchio che tante volte fingevo di non sentire.