Ordine Rekes Magazine volume 8!
Alla fine, si tratta di fare la valigia e lo zaino. Trascinarli da punto A a punto B. Imparare i nomi delle fermate metro, bus, tram, tuktuk. Qual è il supermercato più economico nel raggio di un chilometro. Imparare a dire “pago con carta” (“mit karte bitte”, “con tarjeta gracias”, “par carte merci”, “com cartão obrigada”, “met creditcart bedankt”, “ক্রেডিট কার্ড সহ ধন্যবাদ”). Scegliere la panchina migliore per bere coca zero e fumare sigarette, sapere a quale dei senzatetto dare confidenza, quel tanto che basta per non sentirsi una spocchiosa piccolo borghese.
Sul caffè ho capito che hanno tutti ragione: lo sanno fare solo a Napoli. Mi sembrava una banalità stupida, reazionaria, quasi offensiva, finché non ho iniziato a girare davvero. Ho bevuto il café con leche spagnolo, l’imbevibile e carissimo café crème berlinese e il cortado argentino. Ho provato chai latte da sei euro, allungati francesi da due e cinquanta e caffè filtri danesi. Eppure, non è mai quel caffè: amaro, cremoso, denso, bruciacchiato e già zuccherato. In Marocco il caffè sarebbe anche migliore, ma se non prendi il tè alla menta bollente e zuccheratissimo sei solo un fesso, oltre che un turista.
Non provare le specialità locali è annoverato tra i reati internazionali, almeno a sentire quelli che evitano accuratamente di chiamarli “vacanze”, che ne fanno un lavoro da vendere ad altri, una scelta di stile, come quei bruttissimi pantaloni etnici da centro sociali, una collezione di posti da calare come i tris a scala quaranta per impressionare una tavolata di sconosciuti o una medaglietta per abbellire il profilo Tinder. Una cosa su di me? Amo viaggiare, scrivono, come se fosse uno stile di vita.
Tanto andare e tanto tornare, eppure le cose che ho veramente imparato sono poche. La prima, quella del caffè, poi viene la consapevolezza di non cambiare mai, al limite peggiorare, diventare coriacei nelle proprie convinzioni, sbruffoni nei confronti degli estranei incontrati all’estero, convinti di aver capito tutto rispetto agli altri rimasti a casa.
Il peggio che può accadere è calarsi addosso l’identità di quelle città che ormai l’hanno persa, come chi fa l’Erasmus a Berlino, ma è come continuasse a viverci per sempre, o almeno questo comunica con il cappellino che lascia le orecchie scoperte, come chi insiste che a Bologna ci si siede a terra in Piazza Verdi, ormai spaccata in due da un cantiere strategicamente infinito, o chi sostiene che il caffè lo si può bere solo ed esclusivamente a Napoli, dopo averlo ordinato altrove.
Sogno di tornarci, a Napoli, solo per il tempo di un pranzo, la domenica, coronato da un caffè ristretto. Vorrei poter tornare solo per compiere il rituale migliore che la città ha da offrire. Questa città è il cimitero della persona che ero, più deprimente del caffè schifoso dei bar gestiti da cinesi che popolano il resto delle città d’Europa. Sarò morta anche io, almeno un po’, se non sento più la mancanza di casa, di qualsiasi casa.