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Liturgia del Vuoto.
Mi prostro a questo altare di granito colorato, appiccicoso, adorno di bustine di zucchero e scatole di caramelle vicine alla scadenza. Alzo l’indice in preghiera chiedendo la grazia del giorno al sacerdote celebrante di turno, cercando di non scorgere il riflesso dei miei occhi vacui sulla bottigliera a specchio dalla quale i miei Santi mi scrutano freddi.
Bicchiere pieno, bottiglia vuota, stomaco pieno, bicchiere vuoto, bottiglia piena.
Sedarsi è un vuoto a rendere, il mio stomaco è un serbatoio bucato.
Il signor Ipotalamo implora dopamina.
Vuoto è un concetto che appartiene ai monaci, agli animali, al tubo catodico delle televisioni forse, alla Pianura Padana, ai parcheggi delle fabbriche il venticinque dicembre. Non a me. Io non lo tollero, lo ammetto, ci ho provato.
Il mio Vuoto è asfissiante, ridondante. Lo riempio di alcol, frattali assurdi e parole pronunciate male sul retro di qualche utilitaria, sui gradini di una chiesa, gare di nervi e attacchi di panico. Storie ripetute all’infinito, cadenzate da Marlboro acide dai filtri strappati. Sigarette e sorsi e botte come le perle di un rosario infinito che sgrano tra le dita da anni, senza tregua. Finisco le preghiere, sindrome serotoninergica, l’estasi assoluta, poi di nuovo. “Into the Void”.
Pesante.
Quasi, la morte.
Sveglia tardi.
Daccapo, il serpente si è digerito. I miei succhi gastrici sono di nuovo pronti, non sarà solo una birra.
Paranoia. Freno a mano di fronte all’ennesimo Bar dello Sport.
Sono le quattro e mezza di pomeriggio. Tiro lo sciacquone e nel mentre tiro la riga pronta sullo schermo del mio telefono. Esco e vedo il primo ludopatico in fila davanti alla porta del cesso, tenuta da lavoro, scarpe antinfortunistiche, baffi gialli di nicotina, anima in pena, visibilmente e irrimediabilmente Vuota.
Oggi la messa si apre con una bionda media.
Vuoto non c’è più.
Sospiro di sollievo.
Si ricomincia.