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La mia terra, le mie città, sono imbevute di alcol. I bambini bevono grappa e latte per la febbre, si bagnano il becco, festeggiano i compleanni con la torta e il moscato, o il fior d’arancio, che è più dolce.
Guidiamo i nostri anni in stato di ebbrezza. Cerchiamo la spavalderia che ci manca, il coraggio di un bacio, quello di esporci al ridicolo. L’amicizia e l‘amore scoprono il loro linguaggio in fondo al bicchiere, lì c’è la verità delle cose, ti specchi e lo riempi ancora, per annegarti.
Siamo gente schiva, intimidita da secoli di ignoranza, abruttiti dal culto del lavoro. Camminiamo sotto cieli bianchi, sopra periferie desolate che mangiano ogni speranza. Essere astemi è peccato mortale, tra campagne e colline fitte di viti, di aziende vinicole e degustazioni, città invase da corsi da sommelier, da bar, osterie, enoteche.
Beviamo in compagnia per creare legami. Beviamo da soli per scioglierli.
L’alcol è la medicina per ogni cosa: la noia, il dolore, la fatica, la rabbia. L’inadeguatezza. Lo mescoliamo con ansiolitici, antinfiammatori, antibiotici. Droghe. Se siamo fortunati, riusciamo a non morirne. Se siamo fortunati, impariamo ad addomesticarci.
Siamo educati alla dipendenza: fatichiamo a dividerci dai nostri demoni, preferiamo sommarli. Quando la stanchezza diventa una malinconia che si cementifica, vado al supermercato, compro frutti di bosco e fichi, riempio il carrello di prodotti ragionevoli, osservo gli scaffali dei vini e passo oltre. Nella corsia dei dolci valuto gli incarti colorati, i colori chimici, le etichette che promettono un picco glicemico immediato. Sorrido alla cassiera, sono per i bambini, mi giustifico.
Quando scendo dalla macchina nascondo le confezioni vuote.